In occasione della pandemia il Terzo Settore ha dimostrato – per l’ennesima volta – di essere indispensabile alla tenuta dell’intero Paese e di rappresentare un pilastro fondamentale anche nei Paesi in cui opera a livello di cooperazione internazionale.

Tutto ciò è stato possibile perché nel Terzo Settore esiste una fortissima alleanza fra volontari e lavoratori a contratto. Ora, lasciando per un momento da parte il contributo – prezioso e insostituibile – dei volontari, da un lato, e dei consulenti (per evitare ovvi conflitti di interesse), dall’altro, vorrei spendere qui qualche parola in più per sciogliere alcuni pregiudizi sui lavoratori a contratto nel Terzo Settore.

Il pregiudizio che è padre di tutti gli altri, il peggiore e il più diffuso, lo potremmo riassumere così: “Se lavori nel sociale, lo fai gratis, non per soldi”

Il Terzo Settore richiede grande professionalità

Per rispondere bisogna partire da lontano, e cioè dalla complessità dei problemi e dei contesti che caratterizzano gli ambiti d’intervento del Terzo Settore. Si tratta di ambiti in cui sono presenti gravi vulnerabilità, esclusione sociale, povertà, conflitti armati, mafie, corruzione… Problemi che nonostante gli sforzi a livello nazionale e internazionale, continuano a rappresentare per tutti noi sfide enormi. Ora, come nessuno di noi si affiderebbe per un’operazione chirurgica salvavita a uno che volontariamente, con le migliori intenzioni ma senza competenze, si offrisse gratuitamente di operarlo, così per aggredire le cause complicate, profonde e multilivello, terreno di azione del “sociale”, occorrono competenze di alto livello.

Di più: il Terzo Settore lotta quotidianamente per raccogliere fondi necessari per agire al meglio, tempestivamente e con continuità (gli interventi estemporanei non hanno mai funzionato e fanno danni).

Affinché tali fondi siano raccolti e spesi con la massima efficienza ed efficacia, di nuovo, occorrono fior di professionisti, non ci si può improvvisare.

Non avete idea di quante volte ho visto non solo sprecare, ma addirittura diventare causa di un peggioramento della situazione da parte di associazioni improvvisate e senza competenze, pur con le migliori intenzioni di “fare il bene”. Questo per chiarire la necessità di professionisti di alto livello e il fatto che non esiste una connessione causale fra “gratuito” e “competente/professionale”.

Perché remunerare le professionalità del Terzo Settore

Ma veniamo al punto nodale: perché pagarli? Il bene si fa per fare il bene, non per i soldi. Vero. Però, fatevi queste domande:

  1. Quante ore “di qualità” può dedicare una persona a progetti sociali complessi, in cui la presenza massiccia e costante è quasi sempre necessaria, senza togliere tempo al lavoro, quello che gli dà da mangiare?
  2. Agli obiettivi del Terzo Settore devono poter contribuire solo persone pensionate/i e ricche/i, cioè persone che non hanno bisogno di lavorare per mantenere se stesse/i e le proprie famiglie?
  3. Ricevere uno stipendio come professionista nei contesti di intervento del Terzo Settore (medico, logista, educatore, agronomo, contabile, progettista ecc.) significa togliere soldi ai “beneficiari” o significa investire i pochi soldi disponibili in modo più efficace ed efficiente?
  4. Chi sceglie di lavorare nel Terzo Settore non ha di fatto già scelto quel lavoro per “fare il bene”? Mettendo in conto e dovendo peraltro affrontare quotidianamente una vita difficile, di essere pagato poco rispetto alla stessa professione nel profit (spesso a fronte di grandi responsabilità), di essere poco riconosciuto socialmente (anzi, spesso ingiustamente attaccato o offeso), in alcuni casi di rischiare anche la propria vita?
  5. Perché dovrei restare nel Terzo Settore se nel profit mi pagherebbero mediamente meglio a fronte mediamente di minori responsabilità e potendo dormire sonni molto più tranquilli la notte?
  6. Quanto può essere bello unire la propria passione per il sociale e i propri valori di solidarietà al lavoro che dà da mangiare a te e ai tuoi cari?

Poi, naturalmente:

  • il compenso deve essere dignitoso, commisurato al livello di professionalità e tale da garantire un minimo di serenità al professionista, da un lato;
  • dall’altro, proporzionato alle risorse dell’organizzazione e al livello di impegno/responsabilità.

Il mio sogno

Sogno il giorno in cui le organizzazioni del Terzo Settore comunicheranno con orgoglio che il 20% dei fondi raccolti è dedicato alle proprie persone, professionisti di qualità e competenti, vero capitale dell’organizzazione (insieme ai volontari, le comunità dei territori e i donatori), in grado di garantire che quell’80% restante ottenga il massimo impatto e il migliore risultato possibile. Sarà probabilmente anche il giorno in cui i donatori comunicheranno con orgoglio che stanno sostenendo i costi di struttura delle organizzazioni del Terzo Settore. C’è evidentemente un importante lavoro culturale che ci attende ancora, dal quale nessuno di noi si può tirare fuori.

Rischi e possibili soluzioni

Un rischio che vedo?

Le organizzazioni del Terzo Settore più grandi ed economicamente forti hanno leve di attrazione tali da assicurarsi più facilmente i migliori professionisti nei vari ambiti di intervento.

Alcune soluzioni possibili?

  • Investire costantemente nella propria crescita.
  • Fondersi con altre organizzazioni complementari per punti di forza e di debolezza.
  • Compensare il minore stipendio con altri benefici ad alto valore per il professionista.
  • Rafforzare la raccolta fondi (il che implica avere nel proprio organico Fundraiser e Progettisti ad altissima professionalità, ma anche creare partnership strutturali e durature con i donatori).

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